SOLITARIO REALI
di Vittorio Sgarbi
Come quando si osserva un oggetto e i giorni dopo si riprende in mano con l’impressione di vederlo allora soltanto, così mi è capitato di conoscere la pittura di Vittorio Reali più volte. Una prima a Venezia; assediato da altre questioni (tra cui la visione di una Biennale che si è occupata di tutto, fuorché dell’arte italiana), ho scorso le foto di alcuni lavori, nei quali qualcosa intuivo, ma poco e velatamente.Di trenta due quadri mi trattenevano per la eco lontana di Morandi; ma la mattina seguente, per qualche minuto di fronte a tre piccole tele, ricordo di aver avvertito come le figure di persone e d’oggetti, pur così lontani dalla realtà, sembrassero vivere ed attendere qualcosa, momentaneamente esiliate in quelle atmosfere tra il rosso e il bruno. Un’impressione che coltivai fino a che conobbi Reali per la terza volta, attraverso un dipinto completamente inatteso, giunto alla mia casa di Ro in dono. Tornando ad osservarlo nei giorni seguenti, attratto ma senza risultato, compresi infine che i suoi lavori non attendono soluzione o giudizio, come temi complicati o esercizi di abilità. Sono piuttosto finestre aperte sopra altri luoghi, la sensazione dei quali – come il ritmo di una musica – percepisci, frequentandoli, quando non cerchi più un motivo per osservarli: appaiono allora il frutto di una stanchezza della vita che si volge e rigenera in altri orizzonti, abitati della solitudine. Nei quali ogni tanto si scorge il profilo di un fossile, perché neppure qui la speranza supera il dominio distruttore del tempo.
QUADRI E SCULTURE
Anno VIII – 2000 – NUMERO 36