Biografia


Vittorio Reali nasce a Sannazzaro de’ Burgondi in provincia di Pavia il 25 settembre del 1960.


Assecondato dal padre Domenico, scultore, si avvicina giovanissimo al mondo dell’arte, con spirito inquieto e spesso scostante che lo porta ad affrontare molteplici stili e tematiche incoerenti, proiettandolo, attraverso esperienze ora esaltanti, ora deludenti, a superare senza certezze l’età adolescenziale, durante la quale sbocciano comunque quei temi come l’attenzione nei confronti degli emarginati o la propensione verso una poetica senza fronzoli, anti barocca, drammaticamente pura che ritroveremo negli anni della maturità.

Frequenta gli studi dei pittori Michele Mainoli e Giulio Scapaticci, quest’ultimo esponente di spicco del gruppo “Realisti Esistenziali” attivo a Milano negli anni sessanta. Partecipa nel 1987 ad una mostra collettiva al Salone “Ex Banca d’Italia” a Voghera nel corso della rassegna “Pittura Ottantasette”: è la sua prima esposizione pubblica.
Nel 1990 espone a Sannazzaro de’ Burgondi e, successivamente, alla Galleria “Centro Storico” di Firenze. Nel 1995 partecipa a due esposizioni di rilievo: alla Galleria “La Nuova Sfera” e allo “Spazio NOA” a Milano. Realizza i pannelli decorativi per la commedia “I Cinque Sensi” di Luigi Squarzina, rappresentata al Teatro Gnomo a Milano.
Il 1996 è caratterizzato dall’esposizione romana di Palazzo Barberini, durante la rassegna “L’altr’Arte”. E’ qui che Reali riceve il riconoscimento ufficiale di storici dell’arte quali Matteo Smolizza e Vittorio Sgarbi. Nel 1998 espone nella storica sede di via Brera della Galleria d’arte Ponte Rosso e alla Galleria Mares di Pavia. Nel 2000 è presente con venticinque opere all’Università Bocconi a Milano.
Dal 2001 al 2006 prende parte ad altre rassegne milanesi, sempre nello spazio della Galleria Ponte Rosso e nel frattempo intensifica le relazioni con storici dell’arte come Chiara Argenteri e i già citati Smolizza e Sgarbi: è proprio di quest’ultimo una significativa recensione apparsa sulla rivista “Quadri & Sculture”.

Il pittore Vittorio Reali in una recente fotografia.
Sia la pittura che la scultura gli hanno riservato periodi altalenanti, anche dissacratori, durante i quali ha distrutto molte opere per poi risorgere con rivelazioni stilistiche che lo hanno portato ad affinare i suoi temi: violente vedute glaciali e aride terre desertiche, visioni intrise di un’atmosfera primordiale, essenziali, materiche, spesso al limite dell’informale, opere che si nutrono di terra profonda, di fango, di screpolature, colature, di tagli e incisioni quasi a voler violentare la tela, l’opposto di una pittura accattivante, leziosa, da cartolina. Si tratta di vedute spogliate di tutte le loro particolarità descrittive, non l’immagine illustrativa, la descrizione, ma l’anima, il tormento.

Sta realizzando anche una serie di dipinti in cui compaiono forme fossilizzate. I quadri di questo ciclo hanno come titolo “Wady Rayan” (zona desertica nei pressi del Cairo). Wady Rayan è un luogo che Reali ha visitato ed è diventato per lui una specie di ossessione tanto da dedicargli questo ciclo di opere. Il fossile non interessa al pittore come oggetto, come reperto scientifico ma piuttosto come materia poetica povera nella struttura ma ricca nell’immagine del tempo.

Negli ultimi anni si è dedicato, forse raccogliendo il testimone del padre, anche alla scultura, riproducendo, mai con intento ritrattista, personaggi di pasoliniana memoria che sembrano usciti dalle poesie di De Andrè, Brassens o da un film di Almodovar, volti che volti non sono ma storie, vite, messaggeri incoscienti di comprensione, affetto e dignità umana; trattasi di emarginati, prostitute o comunque uomini e donne non graditi da una certa morale comune.